May 23, 2013
79 notes
Gli F35 servono per la pace.
May 23, 2013
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una cosa che mi fa impazzire degli studiosi di Aristotele (ma appartiene agli storici della filosofia in generale) è l’affermazione/ammissione malinconica che la metafisica non è un’opera coerente, ordinata, compatta e completa. questo significa che i 14 trattati pubblicati sotto il nome di metà tà physikà non hanno poi molto in comune, sono stati scritti in tratti diversi della vita e del pensiero di Aristotele, per cui la loro coerenza è inevitabilmente compromessa (dal momento che Aristotele cambiava spesso e volentieri idea). ora, una volta affermata/ammessa malinconicamente la varietà del contenuto della Metafisica, essi si slanciano in questa sorta di crociata che vuole ridurre a coerenza il testo aristotelico. ovvero, essi prendono due brani distanti (non dello stesso libro, ma di libri diversi e di cui sono consapevoli la distanza logica, gnoseologica e cronologica!) e cercano, arrampicandosi sugli specchi degli specchi, di renderli un discorso unico. Aristotele ha detto da una parte che l’essere è nelle cose particolari, e dall’altra che è invece nelle cose universali? BENE, essi troveranno la scappatoia perfetta per rendere coerente il loro eidolon. ma dio santo, si può essere più feticisti di così?

May 23, 2013
4 notes

la tecnologia (ultima forma generale della lettera), viene a salvar(mi, ti, ci). non c’è distanza che io non possa sorvolare per raggiungerti (e proprio a questo serve la technè del logos, ad annullare le distanza tra me e te, e a porle tra noi due e il tempo,)

May 22, 2013
12 notes

(ogni tanto mi capita di leggere: “le parole fanno male”. ho un certo problema ad accettare che si dica così del linguaggio, non solo per imprecisione semantica, ma anche e soprattutto perché non mi piace quando si sputa in faccia al salvatore. credo che le persone che scrivono “le parole fanno male” stiano cercando un capro espiatorio veloce per le insofferenzine di tutti i giorni, come ad esempio un cattivo rapporto con lo specchio o la solitudine. ma le parole, in quel caso, non sono né il riflesso, né la solitudine; sono la traslazione positiva di quel rapporto. che io possa dire di un qualsiasi dolore: “è questo dolore”, è già una forma di salvezza. perché ciò che dico è sempre lontano, e un dolore è meglio lontano che vicino. diceva Jacques Derrida che il dolore e la follia sono sempre dalla parte del silenzio, mentre la parola, in quanto logos, è sempre dalla parte della sanità. anzi, c’è da dire che il linguaggio sana, è una prassi curativa-sciamanica: gran parte delle tecniche curative antiche si basavano sulla pronuncia di formule magiche-naturali, che spronassero via la malattia; i malati, in procinto di morire, avevano la parola più importante e profetica (si parla di malattia sacra), per motivi analoghi; e anche oggi la parola occupa uno spazio nella guarigione: la psicoterapia è quasi sempre un fatto linguistico. questo perché la parola è salvezza, la parola è il bene originario. le parole fanno bene. quando “fanno male”, non sono loro la spada o la mano che porta la spada, esse sono le vittime a cui scaricare la responsabilità. un mondo senza parole è un mondo di dolore e morte. insegniamo ai bambini a parlare, come faceva l’Homo Erectus con i suoi balbettii, perché lì dov’è parola è salvezza (tutta la gnostica è una religione della parola pronunciata e condivisa). mi rattrista la feticizzazione del linguaggio, perché questo è: spostare l’energia distruttiva su qualcosa che possiamo controllare, tenere in mano, e in caso schiacciare (Jacques Lacan). ma vale la pena distruggere qualcosa che ci salva, così, per capriccio, imprecisione, ignoranza e superficialità?)

May 22, 2013
13 notes

che in “contento” ci sia “con te”
che in “attesa” ci sia “a te”
che in “porcodio” ci sia “dio”

è solo una coincidenza?

May 22, 2013
5 notes

Aristotele ci dice che la teoria delle idee implica immediatamente che le idee si moltiplichino senza sosta, superando infinitamente il numero delle cose: “è come voler contare le cose, e nel processo inventarne altre, così da ricominciare la conta”. ma non è questo l’obiettivo segreto, il desiderio viscerale del platonismo? aumentare senza fine la realtà?

May 22, 2013
2 notes

il ruolo filosofico di Pitagora nella storia dell’essere è sempre sottovalutato. la sua ossessione per il numero (rythmos) ha trasformato la musica (la parola musicale) in sequenza ordinata logicamente. il linguaggio (logos) non esiste se non come distensione numerica (e affermazione del positivo, perché la cifra, anche quando è assegnata ad un moltiplicatore negativo, è sempre affermazione del suo |valore assoluto| (che ne è l’inestinguibile positivo)). che una parola si distingua dal suo silenzio, è a causa della sua numeralità. (i Greci, come molti altri, percepivano così profondamente la numeralità del linguaggio che usavano le lettere del loro alfabeto per indicare le quantità. il numero, allora, finiva con l’essere una parola, per di più una parola impronunciabile (come il latino ‘CXVIII’): una scrittura indipendente dalla parola. ovviamente, in un sistema che lega profondamente parola-scritta a numeralità, lo zero non dispone di alcun segno (e infatti non è scrivibile)).

ed esiste una organizzazione numerica del testo, che rende irrilevante i concetti-simulacri (“che non nascondono la verità, ma sono la verità che nasconde che dietro la verità c’è il nulla”, Jean Baudrillard) di positivo e negativo. che si possano dire di una parola i suoi sinonimi e contrari (che in luogo di ‘casa’ io possa scrivere agevolmente ‘abitazione’ senza stravolgere la coerenza del testo, ma anche, più ferocemente, che possa scrivere ‘pepsi’ in luogo di ‘coca-cola’,) rende nulla l’illusione di un logos aritmico. forse la parola smette di essere cantata e inizia ad essere scritta (forse i poemi diventano opere di prosa) perché il ritmo è passato dal significante al significato (dando una musicalità più profonda e potente: non diceva Eraclito che “la musica nascosta è più potente di quella manifesta”?). nel contrario di una parola, io dico la cifra e non il valore del segno. è nella cifra che io scopro il linguaggio. “non” è il trucco più vecchio della parola per nascondere “l’intramontabile” (Eraclito)

May 22, 2013
9 notes

ma tutta questa organizzazione di meetup per la fine di giugno non è la prova evidente e schiacciante che l’user tipico di tumblr non ha il problema degli incombenti esami universitari, e che quindi o è uno studente liceale, o è un lavoratore, o è uno studente universitario di cui non gliene può fregare un cazzo? :D ok ok

May 22, 2013
2 notes

i finally understand, i wasn’t waiting to kill people, i was waiting for someone to kill me, a man like you, you’re a hero. please, set me free

May 22, 2013
5 notes

la light pollution è la conquista della luce, lo spostamento-ritorno del dio dal cielo alla terra (dopo che era stato, con Omero, spostato dalla terra al cielo). nelle immagini vedo città morte, abbandonate dall’Occidente (esse non sono neanche rovine, poiché non sono rovinate). la città senza la sua luce è senza vita, assorbita e sprofondata nella terra, senza partecipare dell’altezza della voragine (ma sempre una voragine è presente. una città senza luce è una città caduta nell’abisso). non c’è nulla di bello nella morte delle città. la città è bella perché le sue luci sfidano e sconfiggono la natura e gli dei

(presso Ground Zero sono stati posti due superproiettori che di notte edificano nello skyline di Manhattan due torri di luce, ed è l’architettura occidentale che reagisce alla distruzione)

May 21, 2013
10 notes

stop alla poetica del muro di Berlino, specie se siete nati dopo il suo crollo. c’è gente che non ha visto i suoi cari per decenni, l’angst e l’insoddisfazione per dei rapporti sociali poco soddisfacenti non sono neanche lontanamente paragonabili a un dolore simile

May 21, 2013
1 note
Anonymous asked: Ho letto il post sulla sopravvivenza dei testi antichi :) vuoi spendere qualche parola in più sui palinsesti?

in realtà non mi sento di aggiungere molto, anche nel palinsesto si rappresenta la volontà della lettera cancellata di riapparire, una mano che esce dalla terra (in cui è sepolto il resto del corpo) ma che ha bisogno di una tecnologia notevole per essere salvata (non è un caso però che sia la stessa lettera a formare la scienza, e la scienza a formare la tecnologia. si tratta di “salvare chi è rimasto indietro”, o come piaceva pensare a Jean Baudrillard, di non avere abbastanza salvezza nel presente da dover ricorrere al passato (che in quanto passato, è sempre in una posizione di inesauribile salvabile)). il palinsesto è una tecnologia della parola e della scrittura. tutte le tecnologie sono bellissime e invincibili. per il resto credo sia necessario un discorso di rimozione e riappropriazione psicoanalitica, e sono troppo ignorante per scrivere a proposito :)

May 21, 2013
8 notes

(non importa come, è sempre la lettera a salvarmi,)

May 21, 2013
9 notes

Sentii dire che nell’acqua
vi era una pietra e un cerchio
e sopra all’acqua una parola
che dispone il cerchio attorno alla pietra.

Vidi il mio pioppo calare nell’acqua
ne vidi il braccio tastar giù nel profondo,
e, protese al cielo, le radici a implorar la notte.

Io non gli tenni dietro,
soltanto colsi da terra quella briciola,
che ha del tuo occhio la nobile forma,
dal collo ti tolsi la collana dei motti
e ne orlai la tavola, ove adesso stava la briciola.

E il pioppo sparì alla mia vista.


Paul Celan

May 21, 2013
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più cresco, più mi sento piccolo; più conosco, più mi sento ignorante. questo conflitto tra una realtà condivisa (“oggettiva”, “oggettuale”, “oggetto”) e una realtà percettiva mi dice che qualcosa mi divide da me stesso. perché io so di essere cresciuto, non di essermi diminuito. cos’è all’azione, se non il contro-tempo dell’umanità (che costruisce l’orologio e il cronometro per farsi beffe del mondo) e la sophia-madre adottiva, che mi prendono sotto al loro scudo (e così, più mi allontano dalla mia genesi (l’utero della physis), più mi costruisco una nuova nicchia materna, nella quale tornare bambino (come voleva Nietzsche))?

* * * * *

è questo cammino al rovescio lo stesso del seguire (con lo sguardo, con la mano) il ramo dell’Albero della Vita (che radicato nel cielo, scendeva con le foglie a terra)? è il delirio (de, lira, lisa, allontanarsi dal solco (dalla voragine, dall’abisso), e quindi salvarsi dalla terra che inghiotte) della religione che si apre a salvarmi, costruendo il sentiero per un falso ritorno? perché certamente io voglio ritornare, ma non lì dove devo ritornare (voglio andare per restare, voglio scorrere senza incontrare il mare). l’umiltà che il sapere, al rovescio, mi impone di fronte ad un nuovo testo, che l’esperienza mi sbatte dopo una nuova situazione, sono il tentativo d’ingannare chi, me o il mondo? (perché io sono certamente ingannato, ma è da discutere se l’inganno mi uccida, come per la Sfinge, o mi salvi, come per il sacrificio teatrale, e amava dire Gorgia). insomma: a patrocinare la mia strada (il mio esilio) sono Edipo e il suo Apollo, o Platone? (è la fisica (physikà) che inghiotte sotto la sua legge non scritta, o la filosofia (metafisica, metà tà physikà) che sopra alla terra apre il cielo e scrive in esso la salvezza?). andare avanti e finirsi indietro (come Odisseo), è forse diverso da restare immobili (e quindi, non morire mai)?

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